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1369 Responses to “S O N N T A G S K I N D E R . ”

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un grand homme de la TVvous plaisantez je suppose! Chace Crawford suit les conseils avisés de sa mère et entame une carrière de comédien. Lenny Kravitz baigne tr鑣 t? Perde la Juve nel nuovo stadio, Di mezzo ci sono an? Rosalba Pippa detta Arisa ?una ragazza sincera. Se aspetta fiducioso l抲scita di Baciato dalla fortuna (uscita prevista in autunno – ndr). per causeancora in corso di accertamento,Non serve a niente E quindi.

rò ogni cosa, e non potranno far altro che credere a me. Sa come mai? Perché lei è un dannato truffatore da quattro soldi. Lei è colpevole di furto, amico mio. L’ho licenziata quando si è appropriato indebitamente dei miei fondi, ed è tutto scritto nero su bianco.» «Allora avrà qualche difficoltà nello spiegare perché la Wyatt mi ha raccomandato con tanto entusiasmo.» «Ma nessuno l’ha fatto, non l’ha capito? Non avremmo mai raccomandato un ladro come lei. È stato lei, un bugiardo patentato, a contraffare la nostra carta intestata per scriversi le referenze quando ha presentato domanda alla Trion. Quelle lettere non le abbiamo spedite noi. L’analisi della carta e l’esame dei documenti da parte della scientifica lo dimostreranno senza ombra di dubbio. Ha usato una stampante diversa, cartucce diverse. Ha falsificato le firme, schifoso imbroglione.» Una pausa. «Pensava davvero che non ci saremmo coperti il culo?» Tentai di ricambiare il suo sorriso, ma non riuscii a convincere i muscoli tremanti della mia faccia a collaborare. «Spiacente, questo non giustifica le telefonate dei suoi dirigenti alla Trion» mi difesi. «A ogni modo, Goddard non ci cascherà. Mi conosce.» La risata di Nick assomigliava più a un latrato. «La conosce! Questa sì che è bella. Accidenti, non sa davvero con chi ha a che fare, vero? È nella merda fino al collo. Secondo lei, tutti crederanno che la nostra sezione Risorse umane abbia telefonato alla Trion con delle raccomandazioni eccellenti dopo che l’avevamo buttata fuori a calci nel sedere? Be’, faccia un po’ di indagini, testa di cazzo, e scoprirà che ogni singola telefonata effettuata dalle nostre Risorse umane è stata reinstradata. I tabulati telefonici indicano che sono partite tutte dal suo appartamento. È stato lei a fare quelle chiamate, stronzo, spacciandosi per i suoi supervisori della Wyatt e inventandosi tutte quelle referenze entusiastiche. Lei è uno schifoso imbroglione, caro mio. È un caso patologico. Ha ideato una maledetta storia presentandosi come un pezzo grosso del progetto Lucid, il che è ovviamente falso. Vede, stronzo, i miei addetti alla Sicurezza e i loro si riuniranno per scambiarsi le impressioni.» La testa mi girava piano, e avevo la nausea. «E magari dovrebbe controllare quel conto corrente segreto di cui va tanto fiero, quello dove è così certo che abbiamo versato fondi provenienti da un deposito estero. Perché non risale alla vera fonte di quelle somme?» Lo fissai. «Quei soldi» continuò «sono stati prelevati direttamente da diversi conti

«Non ancora.» Poiché Maureen si era rifiutata di trattenersi anche solo un minuto per spiegare ad Antwoine i suoi compiti, purtroppo non vi sarebbe stata alcuna sovrapposizione. «Perché sei così in ghingheri? Assomigli a un impresario di pompe funebri. mi rendi nervoso.» «Te l’ho detto, oggi ho iniziato un nuovo lavoro.» Tornò a voltarsi verso Rather, scuotendo la testa disgustato. «Ti hanno dato il benservito, eh?» «La Wyatt? No, sono stato io ad andarmene.» «Hai cercato di vivere di rendita come sempre, e ti hanno buttato fuori. So come funzionano queste cose. Riconoscono un perdente a un chilometro di distanza.» Trasse un paio di respiri affannosi. «Tua madre ti ha sempre viziato. Come con l’hockey. se ti fossi impegnato, saresti potuto diventare un professionista.» «Non ero poi così bravo, papa.» «Un pretesto comodo, vero? Rende tutto più facile. Ecco dove ho sbagliato. ti ho iscritto a quel college costoso perché potessi passare il tempo a divertirti con le tue puttanelle.» Aveva ragione solo in parte, naturalmente: all’università avevo lavorato per mantenermi agli studi. Ma ricordasse pure quel che voleva ricordare. Si girò verso di me, gli occhi piccoli e lucenti iniettati di sangue. «Dimmi, dove sono adesso le tue puttanelle, eh?» «Io sto bene, papà» risposi. Era nel bel mezzo di una delle sue crisi isteriche, ma per fortuna il campanello suonò, e io quasi corsi ad aprire. Antwoine era puntualissimo. Indossava una tuta azzurra che lo faceva sembrare un infermiere o un inserviente. Mi domandai dove l’avesse scovata, visto che, a quanto ne sapevo, non aveva mai lavorato in ospedale. «Chi è quello?» gridò mio padre con voce roca. «È Antwoine» spiegai. «Antwoine? Che razza di nome è Antwoine? Hai preso un finocchio francese?» Ma, essendosi già voltato verso il nero sulla porta d’ingresso, aveva assunto un colorito violaceo. Strizzò gli occhi, la bocca spalancata per l’orrore. «Gesù. Cristo!» imprecò ansimando forte. «Come va?» chiese Antwoine stritolandomi la mano. «Così questo deve essere il famoso Francis Cassidy» aggiunse avvicinandosi alla poltrona. «Io sono Antwoine Leonard. Piacere di conoscerla, signore.» Parlò in un baritono profondo e gradevole. Mio padre continuò a fissarlo ansando. «Adam, devo parlarti, subito» balbettò alla fine.

Seth. «Non so come mai la gente si preoccupi tanto che la spiamo mentre lavora» aggiunsi. «Già, è il nostro maggior divertimento» continuò Seth. «Farli cagare sotto dalla paura. Far venire un infarto agli impiegati.» La guardia rise. «Premete “TE”» disse. «Se la porta di accesso al tetto è chiusa, dovrebbe esserci un tizio lassù. Oscar, credo.» «Capito» lo rassicurai. Quando arrivammo a destinazione, rammentai perché odiavo pulire le finestre dei grattacieli. La sede della Trion aveva soltanto otto piani, non più di una trentina di metri o giù di lì, ma là in cima, nel cuore della notte, sarebbe anche potuta essere l’Empire State Building. Il vento ci sferzava, l’aria era fredda e pesante e, malgrado l’ora, si udiva il rumore lontano del traffico. La guardia – Oscar Fernandez, secondo il badge – era un tipo basso con un’uniforme blu scuro e una ricetrasmittente che, agganciata alla cintura, emetteva scariche elettriche e voci confuse. Ci venne incontro, spostando goffamente il peso del corpo da un piede all’altro mentre scaricavamo la roba, e ci mostrò la scala di accesso al tetto. Lo seguimmo su per la breve rampa. Aprendo la porta, osservò: «Sì, mi hanno informato che sareste venuti, ma mi sorprende che iniziate così presto». Non sembrava sospettoso; pareva che volesse solo fare conversazione. Quando Seth ripeté la battuta sulla doppia paga e gli propinammo la solfa sull’infarto degli impiegati, rise anche lui. Era comprensibile, aggiunse, che la gente non volesse essere disturbata durante il normale orario di lavoro. Sembravamo veri lavavetri, avevamo sia le divise sia tutte le attrezzature necessarie, e chi altri sarebbe stato tanto folle da arrampicarsi sul tetto di un palazzo con tutto quel ciarpame? «Comunque, faccio il turno di notte solo da due settimane» proseguì. «Siete già stati quassù? Conoscete la strada?» Gli spiegammo che non eravamo mai stati alla Trion, e ci fornì tutte le informazioni essenziali: le prese elettriche, i rubinetti dell’acqua, i meccanismi di ancoraggio. Oggi tutti gli edifici di recente costruzione devono avere meccanismi di ancoraggio situati a intervalli compresi fra i tre e i quattro metri e mezzo, a circa un metro e ottanta dal bordo, abbastanza robusti da sostenere due quintali di peso. Di solito sporgono dalla superficie come tubi di sfiato idraulici, ma con un bullone a U in cima.

zione esterno che si occupava di tutte le feste della Wyatt Telecom. Li pregai di organizzare un ricevimento identico a quello che si era tenuto la settimana precedente per il conferimento del premio al miglior venditore dell’anno (naturalmente, non avevo idea di quanto fosse stato fastoso). Gli fornii tutti i codici di addebito esatti, autorizzando il bonifico in anticipo. Fu facile come bere un bicchier d’acqua. Il proprietario della Meals of Splendor mi spiegò che non aveva mai allestito un party sulla piattaforma di carico di un’azienda, che il lavoro presentava «difficoltà logistiche», ma ero certo che non avrebbe rifiutato un cospicuo assegno della Wyatt Telecom. Chissà perché, dubito anche che la Meals of Splendor avesse mai curato una festa per il pensionamento di un vicecaposquadra. Penso che sia stato quello a far incazzare Wyatt. Pagare la festa per il pensionamento di Jonesie (un tizio della piattaforma di carico, Cristo santo!) era una violazione dell’ordine naturale. Se invece avessi usato i soldi come acconto per una Ferrari 360 Modena decappottabile, forse Nicholas Wyatt avrebbe quasi capito. Avrebbe considerato la mia avidità una dimostrazione della nostra affinità caratteriale, come il debole per l’alcol o per le «pupattole» (il termine che usava per riferirsi alle donne). Se avessi saputo come sarebbe andata a finire, l’avrei fatto ugualmente? Diamine, no. Devo tuttavia confessare che fu davvero tosto. Sapevo che i soldi per il party di Jonesie sarebbero provenuti da un fondo destinato, tra l’altro, alla creazione di una «succursale» per l’amministratore delegato e i suoi vicepresidenti anziani nella località di Guanahani, sull’isola di St-Barthélemy. Desideravo anche che i ragazzi della piattaforma di carico vedessero finalmente come vivevano i dirigenti. Quasi tutti gli uomini e le loro mogli, la cui idea di party era la Serata del gamberetto al Red Lobster o la Festa della costoletta all’Outback Steakhouse, non sapevano che cosa farsene di pietanze bizzarre come il caviale Osetra e il carré di vitello alla provenzale, ma divorarono il filetto di manzo in crosta, le costine di agnello e l’aragosta arrostita con i ravioli. Le sculture di ghiaccio furono un successone. Il Dom Perignon scorreva a fiumi, anche se non con la stessa rapidità della Budweiser (questo non mi stupì, perché il venerdì pomeriggio avevo l’abitudine di gironzolare sulla piattaforma di carico godendomi una sigaretta, e c’era sempre qualcuno – di solito Jonesie o il caposquadra Jimmy Connolly – che portava una borsa termica piena di birre fresche per celebrare la fine di un’altra settimana).

Oscar era un po’ troppo interessato a come montavamo l’attrezzatura. Continuava a gironzolarci intorno, guardandoci mentre fissavamo i moschettoni di acciaio. Questi erano attaccati a funi rivestite bianche e arancioni del diametro di un centimetro e mezzo ed erano collegati ai meccanismi di ancoraggio. «Forte» commentò. «Probabilmente scalate le montagne nel tempo libero, eh?» Seth mi lanciò un’occhiata, quindi ribatté: «Lei fa la guardia nel tempo libero?». «No» ammise Oscar ridendo. «Volevo solo dire che arrampicarvi deve piacervi parecchio. Io me la farei sotto dalla strizza.» «Ci si abitua» gli assicurai. Ciascuno di noi aveva due funi diverse: una serviva a scendere, l’altra era un cavo d’emergenza dotato di una maniglia di corda in caso la prima si spezzasse. Volevo fare tutto a puntino, e non solo per rendere più credibile la messinscena. Nessuno dei due aveva voglia di rimetterci le penne cadendo dal palazzo della Trion. Durante le due sgradevoli estati in cui avevamo lavorato come lavavetri, avevamo sentito dire di continuo che quell’attività mieteva in media dieci vittime l’anno, sebbene nessuno avesse mai specificato se quella cifra si riferisse a tutto il mondo, allo Stato o ad altre regioni e noi non l’avessimo mai chiesto. Sapevo che era pericoloso. Non sapevo però fino a che punto. Dopo altri cinque minuti circa, finalmente Oscar si annoiò, soprattutto perché avevamo cominciato a ignorarlo, e tornò alla sua postazione. La fune rivestita va legata a un affare che si chiama Sky Genie, una specie di lungo tubo di lamiera in cui avvolgi la corda intorno a un’asta di alluminio forgiato. Lo Sky Genie (il «Genio del cielo», un nome che non può non piacere) è un dispositivo di controllo della discesa che funziona ad attrito e rilascia lentamente il cavo. I nostri erano graffiati e di seconda mano. «Non potevi comprarli nuovi?» rimproverai Seth sollevandone uno. «Ehi, erano sul furgone, che cosa vuoi? Perché ti preoccupi? Questi giocattolini sono in grado di sostenere due quintali. A proposito, mi pare che tu abbia messo su qualche chilo negli ultimi mesi.» «Vaffanculo.» «Hai cenato? Spero di no.» «Non è divertente. Hai mai letto l’etichetta delle avvertenze?» «Lo so, l’uso improprio può causare gravi lesioni e addirittura la morte. Non farci caso. Probabilmente hai paura di staccare anche il cartellino del

E probabilmente sarebbe stata anche l’ultima. Avevo qualche ora da ingannare prima che Goddard arrivasse, e non potevo starmene seduto lì a rimuginare su quanto avevo fatto o su quanto avrebbero fatto a me. Perciò feci quello che faccio sempre per ammazzare il tempo: navigai in Internet. Fu così che iniziai a mettere insieme i pezzi. Capitolo 90 La porta si aprì. Era una delle guardie di prima. «Il signor Goddard è di sotto, alla conferenza stampa» annunciò. Era alto, sulla quarantina, con gli occhiali dalla montatura di metallo. L’uniforme blu della Trion non gli donava. «Vuole che lo raggiunga al Centro visitatori.» Annuii. L’atrio principale dell’Edificio A pullulava di gente schiamazzante, fotografi e reporter accalcati ovunque. Uscii dall’ascensore e mi sentii disorientato in mezzo a tutto quel caos. A causa del baccano, non riuscivo a decifrare le parole di tutte quelle persone; per me erano solo rumori di sottofondo. Una delle porte che conducevano all’enorme auditorio futuristico continuava ad aprirsi e a chiudersi. Intravidi una gigantesca immagine di Jock Goddard proiettata su uno schermo e udii la sua voce amplificata. Mi feci strada a gomitate tra la folla. Credetti di sentire qualcuno che mi chiamava, ma continuai a camminare muovendomi piano, come uno zombie. Il pavimento dell’auditorio si inclinava fino a uno scintillante palco semicircolare, dove Goddard era in piedi sotto un riflettore con il lupetto nero e la giacca di tweed marrone. Mi ricordava il docente di letterature classiche di un piccolo college del New England, fatta eccezione per il cerone arancione sulla faccia. Alle sue spalle vi era un enorme schermo su cui, a un’altezza di circa due metri, spiccava la sagoma della sua testa parlante. La sala era gremita di giornalisti e illuminata dalle accecanti luci delle telecamere. «. questa acquisizione» diceva Goddard «raddoppierà le dimensioni della nostra forza vendite, oltre a raddoppiare e, in alcuni settori, addirittura a triplicare la nostra penetrazione del mercato.» Non sapevo a che cosa si riferisse. Restai ad ascoltare in ultima fila. «Fondendo due grandi aziende, stiamo creando un unico leader mondia-

ogni limite di velocità nelle vicinanze di una scuola. tutto cospirava per intralciarmi, per impedirmi di arrivare all’ospedale e vedere mio padre prima che morisse. Poiché non potevo perdere tempo girando il garage alla ricerca di un posto libero, lasciai la Porsche in divieto di sosta, mi precipitai verso l’entrata del pronto soccorso spalancando le porte come fanno gli inservienti quando spingono una barella e mi fiondai verso la reception. Una burbera infermiera parlava e rideva al telefono, senza dubbio una chiamata personale. «Frank Cassidy?» chiesi. Mi lanciò un’occhiata e continuò a chiacchierare. «Francis Cassidy!» urlai. «Dov’è?» Posò il ricevitore controvoglia e guardò lo schermo del computer. «Stanza tre.» Attraversando di corsa la sala d’attesa, aprii la pesante porta a due battenti che dava accesso al reparto e scorsi Antwoine su una sedia accanto a una tenda verde. Quando mi vide, rimase inespressiv
o e non profferì parola; aveva gli occhi iniettati di sangue. Mentre mi avvicinavo, scosse la testa e disse: «Mi dispiace, Adam». Tirai la tenda e, trovando mio padre a letto con gli occhi aperti, pensai: Vede, Antwoine, ha preso un abbaglio, il bastardo è ancora tra noi, finché notai che la pelle del suo viso era del colore sbagliato, con una sfumatura giallastra, e che la bocca era aperta. Era quella la cosa orribile. Per qualche motivo mi concentrai su quel particolare: la bocca era aperta come non lo è mai in una persona viva, congelata in una smorfia di angoscia, in un ultimo respiro disperato e furibondo, quasi un ringhio. «Oh, no» gemetti. Antwoine mi posò una mano sulla spalla. «È morto dieci minuti fa.» Sfiorai il viso di papà, la sua guancia cerea, e notai che era fresca. Né fredda né calda. Qualche grado meno del solito, una temperatura che non si riscontra mai nei vivi. La pelle assomigliava a creta, inanimata. Mi mancava il fiato. Non riuscivo a respirare; mi pareva di essere caduto in un vuoto. Le luci tremolarono. «Papà. No!» gridai all’improvviso. Lo fissai con gli occhi offuscati dalle lacrime, gli accarezzai la fronte, la guancia, la ruvida pelle arrossata del naso con i sottili peli neri che spuntavano dai pori, quindi mi chinai e gli baciai il volto furente. Per anni l’avevo baciato sulla fronte o sulla guancia senza ottenere alcuna reazione, ma avevo sempre avuto la certezza di intravedere un minuscolo barlume di pia-